Monday, 29 August 2011

Newsletter # 6 - Il velluto dello sguardo di Dunja


Questa volta il rientro a Hong Kong e’ stato arduo. Dopo piu’ di un mese passato fra la Toscana, Narni, Palermo, Marettimo, Trapani e con qualche incursione al nord (Milano, Castiglione del lago e Trento), sono tornata in Asia con un sentimento di grande sconforto e si sono poi avvicendati giorni di profonda nostalgia.   
Ripetutamente mi sono chiesto “Come mai questa volta piu’ di tutte le altre volte??”.
L’estate e’ la stagione trionfale dell’Italia. La cultura del mare, il sole, le granite, la gente del sud e i loro tratti mori, gli sguardi carezzevoli, i sorrisi soavi, una certa frivolezza che esalta tutto il dolce della vita. Perfino Milano mi e’ sembrata voluttuosa quest’estate!
Dopo la permanenza italiana, seducente e maliarda, il rientro a Hong Kong mi ha fatto l’effetto  di un brutale assideramento e, come dicono i siciliani, tutto n’zemmula, ho trascorso giorni interminabili in cui mi comparivano soltanto i difetti di Hong Kong e dei suoi abitanti. Mi accorgevo di cose microscopiche come se avessi avuto una lente di ingrandimento; tutto mi sembrava avverso, deleterio. Non riuscivo a vedere altro, ero tempestata da tutte le loro carenze, tare, vizi, brutte abitudini, lacune, etc. 
La prima cosa che mi e’ passata in mente quando sono arrivata all’aeroporto fu che qui, in generale, (certo non tutti ma) molti maschi (e anche molte donne) sono sgradevoli da guardare, molti del tutto sgraziati. Certo, dopo la Sicilia, l’Asia sembra pallida. Con una tale mescolanza di popoli, la bella Trinacria che ha generato dei visi cosi estetici e dei lineamenti cosi armoniosi, ha sicuramente pochissimi rivali nel mondo.  
Con la mia amica Letizia, siamo abbastanza dispiaciute di questo fatto in particolare perche’ siamo coscienti che la nostra vita quotidiana sarebbe sicuramente molto piu’ gradevole e briosa se ci fosse una quantita’ superiore di persone attraenti. 
Devo dire che molti cantonesi hanno una bella carnagione. Sono scuri e hanno la pelle molto liscia con un aspetto morbido. Purtroppo molti hanno i lineamenti discordanti e sono piuttosto bassi. Per ora, l’uomo piu’ bello che abbiamo visto a Hong Kong e’ sicuramente Sebastian Guevara. E’ un ragazzo argentino che fa il cuoco e che compra cibo alla mia amica Letizia. E’ cosi anomalo vedere un bel ragazzo qui che Letizia ha dovuto portarmi con lei al suo meeting perche‘ vedessi Mr Eccezione e esaminassi la sua qualifica estetica. Ho visto, ho studiato, ho arbitrato: Sebastian ha la pelle abbastanza scura, gli occhi verdi chiari, i tratti del viso delicati, ha un bel fisico atletico ed e’ alto. Certo che a Palermo Sebastian non si nota. Ma a Hong Kong, si nota si! 
Irene, la mia insegnante di spagnolo (ho cominciato a studiare lo spagnolo da poco ma non c’e’ correlazione con Sebastian Guevara, ve lo assicuro) viene da Murcia e vive a Hong Kong da 6 anni. Dice che gli spagnoli non gli sono mai risultati cosi belli da quando vive a Hong Kong. Ogni anno quando torna in Spagna dal suo padre dice che per lei e’ come vedere una sfilata continua di uomini belli. A me l’Italia fa lo stesso effetto, soprattutto la Campania e la Sicilia. A Hong Kong invece....siamo ridotti a Sebastian Guevara. 
Un’altra cosa che ha contribuito al mio avvilimento e’ sicuramente la grande differenza che esiste nel modo di concepire l’amicizia. 
Durante tutta la mia permanenza in Italia mi sono sentita molto accudita, molto coccolata e ho proprio percepito testimonianze di amicizia profonda; esiste una forte emozione intorno a questo sentimento che ha molta importanza, valore e tanta nobilta’. In Italia l’amicizia e’ una cosa seria che ha, nella societa’, uno spazio proprio come la famiglia o l’educazione. E’ una cosa quotidiana: gli amici si vedono o si sentono molto spesso, a volte tutti i giorni. Va di pari passo con la vita sociale: gli amici diventano il vero motivo per fare una vita sociale. Si esce per vedere gli amici; si va a cena per mangiare con gli amici; si va al mare per passare del tempo con gli amici; si cucina un piatto di pasta per gustarlo con gli amici, si prende un caffe’, la granita o il gelato per fare due passi con gli amici, si fanno anche le ferie per ritrovarsi con gli amici. Gli amici si incontrano intorno all’olio nuovo, al vino novello, ai primi funghi porcini della stagione, etc, etc. 
L’amicizia e’ una cosa impegnativa: va coltivata, dimostrata, curata, sviluppata. Uno ci dedica tempo, attenzione, tanto affetto e anche sforzi.
Hong Kong e’ proprio agli antipodi di questa concezione. Qui la gente si giustifica dicendo che lavora tanto e il peso che viene dato all’amicizia e’ vicino allo zero. Grande invenzione lo zero! Mi inchino davanti ai babilonesi, i greci, gli indiani, gli arabi (non ho mai capito chi l’ha inventato e chi l’ha usato per primo) per aver creato e poi inserito nella nostra matematica questa affascinantissima nozione che e’ lo Zero. Certo e’ un concetto complesso da afferrare. Zero e’ il nulla ma non e’ assenza di valore; anzi e’ la testimonianza dell’esistenza stessa di questo valore. Questo e’ piu’ o meno come i cantonesi intendono l’amicizia: si sa che esiste ma gli si attribuisce volontariamente un valore vicino al nulla.
In cantonese amico si dice ‘pan yau’. Loro chiamano ‘pan yau’ piu’ o meno chiunque conoscono (non importa tanto il grado di conoscenza) che non facciano parte della loro famiglia e che gli potrebbero sembrare simpatici, o per lo meno non ostili. Qui di solito hanno due giorni (quasi) di riposo: il sabato pomeriggio e la domenica. Dicono che non hanno tempo per vedere gli amici perche’ la domenica e’ completamente dedicata alla famiglia e il sabato pomeriggio allo shopping e le faccende varie. Ecco il peso accordato all’amicizia: dopo i soldi, dopo il lavoro, dopo la famiglia, dopo lo shopping e dopo le faccende. 
Molte volte ho invitato dei ‘pan yau’ cantonesi a casa per cena e devo dire che e’ piuttosto scoraggiante sentirsi rifiutare inviti molte volte di seguito; dopo il quinto o il sesto rifiuto consecutivo, uno capisce che fondamentalmente c’e’ un abisso che ci separa su questo tema in particolare e bisogna accettare questo divario come una profonda differenza culturale, del tutto concettuale. Ed e’ in questo frangente che uno misura quanto sia difficile essere veramente aperto ed accettare realmente la diversita’. 
Un’ulteriore cosa di cui mi sono accorta con grandissimo dispiacere, e’ che i cantonesi  hanno una totale assenza di sensualita’. Piu’ volte ho sentito Christophe lamentarsi che in Asia le donne non hanno nessun ‘sex appeal’. Dice spesso che gli sembrano frigide, soprattutto a Hong Kong. Penso che quest’ asserzione non mi era mai apparsa cosi limpida. 
Non soltanto sembrano frustrati ma non c’e niente nel loro atteggiamento che sia attraente semplicemente perche’ non hanno nessuna intenzione di sedurre, nessuno. Qui la seduzione non e’ un gioco. Certo che in Italia, da Nord a Sud incluso tutte le isole, promontori, valle, monti, paesini, borgate, frazioni, citta’, riserve naturali, case e botteghe, la seduzione e’ uno sport nazionale. Non penso di conoscere nessuno in Italia che non l’abbia praticato o che non ci sia stato assoggettato. A Napoli anche il ragazzo (frall’altro belloccio) che vende le acciughe e le olive al Vomero ci ha provato. Ti alzi la mattina, vai a comprare il tonno e ci sta che torni con l’amante. In Italia e’ possibile. Perfino il nonno di Veronica, novantaduenne... Sarebbe molto piu’ veloce elencare quelli che non ci provano. Eppure, in tutti questi anni non mi sono mai sentita aggredita, oltreggiata o assalita, anzi. Si vede che in Italia questa disciplina millenaria viene praticata con grande professionalita’. E’ una maestria che si tramanda di generazione in generazione e anche se a volte ci lamentiamo che ci sia troppo poca ottemperenza alle leggi o alle regole, dobbiamo pure ammettere che in materia di seduzione, esiste in Italia un osservanza plenaria, ferrea e incondizionata. Non c’e’ nessuna professione, nessun genere, nessuna classe sociale, nessuna eta’, etnia, specie, progenie, ceppo o razza che non la pratichi. E’ piu’ di una semplice consuetudine, e’ una vera e propria forma d’arte, alla portata di tutti, certo, ma che viene interpretata e reinventata con molta fantasia ogni giorno.
Con mio grande rammarico, in Asia siamo decisamente anni luce da questa suggestiva e gradevolissima poesia quotidiana.
Dopo un fine settimana molto caloroso e affabile dal grande amico Marco Belli, ho preso il treno per tornare a Firenze ed ero seduta nel corridoio fra due scompartimenti. In un paesino dopo Pontedera sali’ un tizio bello, alto ed elgante. Aveva fra i 35 e i 40 anni, bel sorriso ampio e onesto. Mi guardo’ brevemente, sbircio’ attraverso il finestrino per vedere se c’erano posti liberi nello scompartimento (il treno era praticamente vuoto) e scelse di sedersi di fronte a me nel corridoio. Io leggevo un libro di Camilleri e dopo un po’ comincio’ a parlarmi e farmi domande su dove andavo, cosa facevo, etc. Gli spiego’ che tornavo a Firenze e che l’indomani dovevo andare a Roma per prendere l’aereo e tornare a Hong Kong. Mi fece molte domande sulla vita a Hong Kong e mi chiese in che modo i cinesi erano diversi da noi. Nel discorso mi ricordo che gli feci un esempio che lo scombussolo’ un po’ e gli racontai che nel mio palazzo ci sono 4 o 5 ascensori (perche’ e’ un grattacielo) e piu’ di una volta, mi e’ capitato che ho retto la porta per aspettare un mio vicino di casa ma che invece di salire con me, preferii’ usare un’altro ascensore che era libero. Al che lui mi guardo’ dritto negli occhi e mi disse con un splendido sorriso: ‘se io dovessi scegliere fra l’ascensore vuoto o quell’altro, prenderei senza dubbio quello in cui ci sei tu’. Io penso che sia proprio qui che l’oriente e l’occidente non si incontrano!
A Hong Kong l’unico momento in cui si danno da fare per sedurre e’ per trovare marito o moglie. Come ho detto, non e’ un gioco. Questo per loro e’ una tappa molto importante che gli permettera’ di essere accettato nella loro societa’. Qui c’e’ una tale pressione sociale e culturale sullo sposarsi e fare figli che, effettivamente, c’e’ poco da divertirsi. Una volta compiuta la faccenda, la ‘seduzione’ sparisce del tutto e non se ne riparla per tutto il resto della vita terrestre. 
Quando provo a spiegare il nostro modo di concepire la seduzione e l’uso quotidiano che ne facciamo, loro pensano che sia inadeguato e mi fanno tutti la stessa domanda ‘Ma a che cosa vi serve?’. In tutti i libri che leggo sulla Cina (dal novecento fino alla nostra epoca), come popolo vengono sempre descritti come mercantili e pragmatici. Penso siano due nozioni che siano molto collegate. Ed e’ proprio qui, in questa idea dell’ammaliare, del sedurre, del conquistare, che mi rendo conto che esiste una radicale e fondamentale differenza che mi risultera’ difficile accettare e penso forse impossible adottare. 
Se fossi capace, io invece scriverei UN ODE a tutte queste persone che ho incontrato sul treno, al bar, per strada, nell’aereo, nelle feste, al mare, tramite altri amici, tutti quelli da cui mi sono lasciata irretire e di cui i sorrisi invitanti e gli sguardi luminosi mi hanno fatto sentire viva e mi hanno accompagnata ben piu’ di quei pochi istanti evanescenti. 
Incoraggio, in un modo sentito, a procedere e perdurare su questa via dell’incantesimo perche’ non fa nessun danno, anzi rincuora, medica, conforta, scalda, risolleva, rianima, fortifica, consola e in qualche modo tranquilizza e rassicura anche. Ringrazio tutti i sorrisi soavi, le conversazioni piacevoli, i commenti spiritosi, le fossette irresistibili, i lineamenti serafici che ho incrociato quest’estate e sono profondamente afflitta per tutti quelli che, nel mondo, non sapranno mai ricosnoscere ed apprezzare il velluto dello sguardo di Dunya. 
 L'IMPIETRITO E IL VELLUTO
Ho scoperto le barche che molleggiano
Sole, e le osservo non so dove, solo.
Non accadrà le accosti anima viva.
Impalpabile dito di macigno
Ne mostra di nascosto al sorteggiato
Gli scabri messi emersi dall'abisso
Che recano, dondolo nel vuoto,
Verso l'alambiccare
Del vecchissimo ossesso
La eco di strazio dello spento flutto
Durato appena un attimo
Sparito con le sue sinistre barche.
Mentre si avvicendavano
L'uno sull'altro addosso
I branchi annichiliti
Dei cavalloni del nitrire ignari,
Il velluto croato
Dello sguardo di Dunja,
Che sa come arretrarla di millenni,
Come assentarla, pietra
Dopo l'aggirarsi solito
Da uno smarrirsi all'altro,
Zingara in tenda di Asie,
Il velluto dello sguardo di Dunja
Fulmineo torna presente pietà.
Giuseppe Ungaretti, 31 dicembre 1969
Vi auguro una dolce e calorosa fine estate.
Un abbraccio a tutti,
Cri

Thursday, 28 April 2011

22 aprile 2011 - Newsletter #5 - Nu cunt e fravl e purtual

Ciao ragazzi,

Eccomi con la mia newsletter che e’ ormai diventata semestrale... Ho trovato l’ispirazione proprio questi giorni perche’ avrei dovuto essere a Tokyo. Invece ci troviamo a Kota Kinabalu, provincia di Sabah in Malesia, sulla costa nord ovest di Borneo. Per via delle recenti vicissitudini in Giappone, abbiamo preferito cambiare destinazione. Ringrazio di cuore Michele per condividere con me i suoi punti di vista e il suo profondo affetto per questo paese e anche Noriko, sua moglie (nonche’ amica), per gli eccellenti piatti giapponesi che mi cucina sempre con amore. Michele e’ cuoco in un ristorante italiano a Hong Kong e ha vissuto e lavorato molti anni in Giappone. Originariamente e‘ di La Spezia ma penso si senta stretto in Italia (soprattutto nell’era berlusconiana...) e percio’ ha viaggiato tanto e dice che e’ di Barcelona (in un certo senso e’ vero e appoggio l’affermazione). Loro sono un po’ la nostra famiglia qui e provo difficolta’ a descriverli in poche parole, come capita per tutte le persone importanti.

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“Sai che la citta’ italiana preferita dei Giapponesi e’ Napoli? Questa non me la spiego bene.” Cosi disse il mio amico Michele un giorno di gennaio 2011.
Sono di quelle frasi che tutti si scordano ma che a me echeggiano nella mia mente per anni. All’inizio questi dettagli hanno in me una risonanza forte e insistente, come se avessero uno spirito che mi chiedesse di indagare il loro significato occulto. Ma penso che in realta’ la facenda sia meno mistica e che io sia semplicemente fatta cosi: mi devo spiegare tutto, deve quadrare tutto. Ecco perche’ certe parole fanno eco fino a quando non me li studio bene, per decifrarle, delucidarle e poi finalmente renderle limpide, cristalline.
Questa mia ossessione vale esclusivamente per i comportamenti umani; forse perche’ e’ una delle cose che mi appassionano di piu’ al mondo.

A febbraio siamo quindi partiti per Kyoto. Per al meno 6 giorni prima del viaggio mi sentivo molto agitata perche’ leggevo la guida del Giappone e intuivo che sarebbe stata un’ esperienza singolare che avrebbe scattato qualcosa nel mio profondo. Dopo tutto, il Giappone e’ famoso per i suoi terremoti.

Siamo arrivati all’aeroporto di Osaka dove abbiamo preso il treno per Kyoto. Siamo andati sul binario e tre persone stavano pulendo il treno e girando i sedili, con grande destrezza, nel senso di marcia. Siamo poi saliti e quando il treno ha lasciato la stazione, i tre adetti alle pulizie erano in linea sul binario e ci salutavano con un cenno della mano. Li capii immediatamente che il nesso Napoli-Giappone forse non sarebbe stato cosi manifesto.
Dopo dieci minuti, si e’ presentata una signorina in divisa all’entrata della nostra carrozza e ha fatto un bel discorso in giapponese. Dopo di che ha fatto tre inchini e si e’ messa a controllare i nostri bigglietti. Una volta controllati tutti i biglietti della carrozza la signorina in divisa e’ tornata alla sua posizione iniziale, ha rifatto un altro discorso, tre inchini e poi e’ andata nella carrozza successiva dove ha fatto un altro discorso ancora.
A ripensarci, dalla prima ora che avevamo messo piede in Giappone, cominciavano gia’ a delinearsi delle caratteristiche culturali: una forte coscienza civile, una societa’ molto organizzata, un’ educazione sostanziosa, una grande delicatezza, un modo molto cortese, solenno e ceremonioso di rivolgersi agli altri. Dopo solo un’ora mi sembrava di essermi infiltrata in una dimensione del tutto ignota e seppi instantaneamente che sarebbe stato uno di quei viaggi che mi avrebbero ‘sconfinata’ e che mi avrebbe portato a ridefinire molti concetti e fatto vacillare certe convinzioni.

Mi ricordo la prima volta che ho mangiato un’ arancia appena raccolta dall’albero. Era in Calabria molti anni fa. Al di la del fatto che quel arancio era ottimo e davvero succulento, la cosa che mi sconvolse di  piu’ fu di capire che era soltanto la prima volta che mangiavo un’ arancia vera e che per 27 anni non avevo fatto altro che mangiare delle arancie fraudolenti. Sono in questi momenti, meravigliosi e dolorosi, che uno sente tutto peso della verita’, e sono proprio questi episodi che ti costringono a ridefinire idee e valutazioni.
Direi che il Giappone e’ un po’ come l’arancia calabrese, ti obbliga a riconsiderare del tutto certe nozioni, anche quelle piu’ intime e essenziali.

La prima cosa che il Giappone mi abbia aiutato a calibrare fu la mia definizione della raffinatezza. Se dovesse scegliere un solo aggettivo per descrivere al meglio questo paese forse sarebbe proprio quello. Tutto cio’ che mangi, odori, vedi, visiti e’ sempre delicato, cosi grazioso che ti sembra un peccato ingoiarlo, toccarlo, calpestarlo o solo spostarlo. Ogni volta che compri qualcosa in un negozio te lo incartano cosi bene con un pacchettino cosi squisito che lo vorresti tenere cosi, senza mai aprirlo. I loro pasticcini ad esemprio sono fini, sempre serviti su dei piattini semplici ma molto eleganti, con sotto delle tovaglie molto preziose e cosi fanno per tutto. Il loro stile e’ molto curato, sottile, distinto, quasi aristocratico.
In tutto cio’ che fanno ci mettono una tale attenzione, cosi tanta applicazione, che trasformano ogni cosa in una ceremonia. Da nessun’altra parte nel mondo mi ero mai sentita una principessa solo a bere un te’ o a mangiare una frutta. In Giappone capita ogni giorno. Vivono le cose aggiungendo una dimensione molto cerebrale e cosi nascono le ceremonie.
E’ come se la ceremonia fosse per loro un modo degno di ringraziare il cielo, la terra, Dio, le stelle e l’universo per quello che offrono in quell’epoca precisa.

Nella loro cucina, forse il culmine della raffinatezza l’abbiamo esperimentata durante un pranzo e una cena ‘Kaiseki’. La tradizione ‘Kaiseki’ e’ (come tutto in Giappone) secolare ed e’ una forma di vera e propria arte culinaria che tiene in conto il gusto degli ingredienti, la loro consistenza, il loro aspetto e il loro colore. La cucina Kaiseki e’ spesso regionale e soprattutto stagionale perche’ gli ingredienti sono cucinati per esaltare al massimo il loro sapore. Le porzioni sono piccole ma le pietanze sono numerosi e la loro presentazione e’ cosi ricercata che e’ un vero spettacolo anche per la vista. I sensi raggiungono un equilibrio perfetto e tutta l’esperienza diventa un incontro con l’eccellenza, con un apice culinaria.
Inoltre a quel vertice, la scelta degli ingredienti e’ fondamentale e quando servono due fragole, uno potrebbe rimanerci male perche’ con il prezzo pagato sarebbe legittimo aspettarsi un dessert piu’ soffisticato. Invece no. Perche’ quando uno assaggia quella fragola, si rende subito conto che non e’ una fragola, e’ LA fragola. Quella che ti fa riflettere ex novo sul concetto di fragola, quella che ti impone una nuova definizione del gusto della fragola, quella che rimette in questione tutte le altre fragole della tua vita.

Questa fragola mi porta ad un’altra nuova e direi essenziale rivalutazione: la perfezione. Prima del Giappone, ho sempre pensato che la perfezione fosse un concetto che ci indicasse soltanto una strada ed ero convinta che in se e per se, la perfezione non esistesse. Raggiungere la perfezione e’ sempre stato per me un po’ come incontrare per caso l’uomo piu’ affascinante dell’universo in ascensore la mattina mentre si va a lavorare. Momenti assai improbabili ma di cui la sola prospettiva ci spinge comunque a fare del nostro meglio. Fu proprio in Giappone che scoprii che li la perfezione non era una cosa occasionale verso la quale si punta soltanto in rari aspetti della vita quotidiana; li la perfezione e’ la media e si applica in tutto, ogni giorno.
Il mio amico Michele che e’ cuoco e che ha vissuto in Giappone per molti anni, dice che e’ appunto questo canone che l’ha fatto un po’ patire al livello lavorativo. Mi ha spiegato che loro sono capaci di considerare una persona con trent’anni di esperienza come un apprendista. Come se avessero un codice d’onore nel tagliare il pesce, preparare il soba, bere il te’, servire okonomiyaki o imbottigliare il sake. Sembra che ogni cosa che fanno sia spinto da questa grazia celeste. Mentre eravamo a Kyoto si scherzava molto con questa tematica e ci immaginavamo rimandare un piatto in cucina dicendo che non era buono, anzi, che era mediocre!! Penso che il cuoco, l’aiuto cuoco, i tre comis assieme al proprietario del ristorante e i camerieri si sarebbero scusati facendo una miriade di inchini per poi sparire in cucina e farsi hara kiri.

Un altra osservazione alla quale mi porta sempre la mia solita fragola e’ questo grande equilibrio fra semplicita’ e bellezza, uno stile del tutto depurato che comporta pero’ un’eleganza estrema. I Giapponesi hanno, secondo me, un grande senso dell’estetismo.
Un giorno siamo andati a prendere il te’ nel vecchio quartiere di Gion, in un posto moderno ma che rispetta molto lo stile giapponese locale (il posto si chiama OKU, per quelli che ci devono ancora andare): una casa antica di legno, l’entrata con le tende, il percorso con le pietre e poi una sala da te’ moderna  e in fondo una vetrata con, ovviamente, il giardino zen. Mi ha colpito la sala: otto tavoli di legno massiccio chiaro, delle sedie ricoperte di velluto color viola, i muri beige, senza quadri, in fondo la vetrata che da sul giardino zen. Mi sono guardata intorno e mi sono chiesto com’era possibile che un posto quasi vuoto fosse cosi armonioso, e cosi raffinato. Loro hanno veramente l’arte di esplorare l’essenzialita’ e di estrarne una profonda eleganza.

Questa sala da te’ e’ anche una figura allegorica per un’ altra simmetria eccentrica che ho notato spesso durante la vacanza: un continuo accostamento fra modernita’ e tradizione. Devo ammettere che a distanza di due mesi, e’ un concetto che mi meraviglia tutt’ora ogni volta che ci penso. Forse perche’ a Hong Kong, e peggio ancora, nel resto della Cina, sono proprio agli antipodi del Giappone. In Cina e’ rimasto molto poco del passato e delle tradizioni. Ogni volta mi accorgo che buttano giu’ interi quartieri e palazzi di Beijing o di Shanghai per costruire qualcosa di nuovo e di piu’ alto che ha il compito di fare soldi. Le loro tradizioni fanno spesso la stessa fine. Il Giappone invece ha tutto un altro approccio e mantegono molti costumi secolari o millenari con una certa dignita’ e un grande senso dell’onore.

Ormai l’avrete capito: provo fascino per questo paese... “mi sono lasciata irretire”, diceva Paolo Conte . Potrei continuare all’infinito di parlare del cibo che abbiamo assaggiato, delle montagne intorno a Kyoto, dei templi, del silenzio, della loro contemplazione della natura, delle geishe che si vedono per i quartieri antichi, dei ryokan, degli onsen o, come me lo faceva notare Michele ancora oggi, della loro cultura “kawaii”... ma se faccio la somma delle cose che abbiamo visto, assaggiato, visitato, esperimentato, direi che la cosa che mi rimane piu impressa e’ questa decisa e vivida volonta’ di allontanarsi il piu’ possibile dalla mediocrita’. Quindi con tutto il cuore, vi auguro di poterci andare un giorno.

Poco dopo il nostro bellissimo viaggio in Giappone, sono andata in Italia. Il piu’ nord che sono riuscita ad andare e’ stato Narni, in Umbria. Quando dico che sono stata venduta al Sud Italia, il mio amico Michele dice ‘ Si, ma per pochi spiccioli...’ Io mi sento sicula, c’e’ poco da fare. Le altre tappe erano Grottaferrata e ... Napoli.

Ci potrebbero essere piu’ motivi per cui i Giapponesi preferiscono Napoli.
A primo impatto direi che Napoli e’ diversa dal Giappone (vi rassicuro, e’ un eufemismo) nell’organizzazione, nella precisione, nella costante ricerca della perfezione e forse e’ proprio questa dissomiglianza che potrebbe essere un motivo di grande attrazione. I Giapponesi vivono nell’ordine ma in fondo hanno dei desideri di trasgressione e di babilonia. Forse semplicemente perche’ Napoli e’ di una grande bellezza. Chi lo sa?
In siciliano, guardare si dice ‘taliare’. Loro non si accontentano di guardare, loro guardano, si, ma con fervore. Be’, anche a Napoli “taliano”.
Io ho capito da molti anni perche’ il sud Italia opera su di me come una forza di gravita’. Napoli ha, come la Sicilia, un irrefrenabile energia, un irresistibile veemenza che ti trasporta quasi fuori da te stessa; una frenesia travolgente che ti potrebbe fatalmente portare via, ma con volutta’, con sensualita’ e grande poesia. A me il Sud fa sentire viva ed e’ forse quest’ardore che manca in Asia. Ma forse e’ meglio cosi, qui faccio meno danni.

Con furore (come dice Federica) e buona Pasqua a tutti

Cric
Vi saluta Croc
PS: Luise: Grazie mille per la traduzione del titolo e FORZA NAPOLI!!!!
Ecco il link per guardare le foto: http://www.facebook.com/media/set/fbx/?set=a.10150136719611414.327746.710031413&l=863a8f8ab2

Saturday, 11 December 2010

11 dicembre 2010 - Newsletter # 4 - Australia

Ciao a tutti,
Lo so... E' da tanto... e devo anche fare mente locale su cosa e' successo dall'ultima newsletter...
Se ricordo bene ho mandato una newsletter poco prima delle vacanze estive. Si stava per andare in Australia con una tappa (all'andata e al ritorno) a Singapore. Devo fare pero' due passi in dietro: 
- E' importante sapere che non avevamo nessuna intenzione di andare in Australia. La nostra meta era IL GIAPPONE. Il paese del Sol Levante, il cibo che si avvicina all'eccellenza, le tradizioni millenarie, una cultura rimarchevole, le foreste di bambu, le scimmie che si fanno il bagno nelle terme mentre nevica, le geishe che mi portano da mangiare con tanta grazia nella mia stanza alla decorazione minimalista, la ceremonia del te', la ceremonia dell'incenso, i templi, il giardino zen del mio ryokan, il rumore del fiumicello, gli uccellini, l'armonia con la Terra Madre e forse anche con l'Universo.
Parlando con varie persone delle nostre intenzioni di recarsi in estremo oriente, proprio laddove finisce il continente asiatico, molti ci hanno sconsigliato di andarci d'estate perche' una grande parte del Giappone e' molto umida durante quel periodo. 
Ho cominciato a guardare il mappamondo (una delle mie attivita' preferite; sembra che il mappamondo mi faccia l'incantesimo!) e le temperature dei vari paesi sulla mia applicazione ipod 'Weather Pro'. Mi sono accorta che tutto il sud est asiatico era molto umido durante quel periodo.
Parlando con una coppia di Australiani (un collega di Christophe e sua moglie, mezza matta ma nel senso divertente), e' venuto fuori il discorso del nord dell'Australia. Per intenderci: e' la zona nord ovest che va da Darwin fino a Katherine. Ci hanno spiegato che quella zona era l'unica in Australia che non era fredda durante l'inverno dell'emisfero sud; anzi, ci hanno ribadito piu' volte che il clima era 'ideale'. Poi ci hanno racontato che loro, addirittura, hanno comprato una delle loro numerose case proprio li, a Darwin e che c'era tanto da visitare con tutti i parchi nazionali nei dintorni.
Ed eccoci avviati verso l'Australia con mappa e guide dei parchi nazionali.
Prima di tutto, devo dire che aveva ragione la coppia di Australiani: 
1. il clima nord australiano e' davvero eccellente durante quel periodo. Siccome Hong Kong e' molto umida, e' un dato importante. 
2. i parchi nazionali sono abbastanza belli ma soprattutto, sono molto curati.
3. ci sono tantissimi animali che non esistono da nessuna altra parte nel mondo.
4. l'Australia e' immensa.
5. la gente e' piuttosto rilassata
6. il mare e' strapieno di pesci
Ecco i punti: irrefutabili, inconfutabili, innegabili.
Per il resto, devo dire che sono tornata a Hong Kong con una depressione psicologica e anche fisica. Forse perche' siamo europei ed abbiamo delle aspettative precise da un punto di vista culturale e anche storico. Forse perche' in Asia c'e' questa cultura del cibo che fa bene al corpo (che esiste anche in Italia), forse perche' mi sono abituata a queste persone con la pelle molto bella, i denti bianchissimi, i capelli curati e lucidi, i corpi snelli e fini, ai bambini che rassomigliano a delle bambole.
Cibo-sticamente parlando, la gente mi ha fatto ricordare le zone piu' povere e carenti dell'Inghilterra: i quartieri difficili di Liverpool, di Manchester, di Birmingham... E anche molto gli Stati Uniti, cioe' TUTTI gli Stati Uniti, al di fuori di San Francisco. Uno si nutre (ovviamente sempre male) un po' a modo animalesco: senza nessuna finezza o delicatezza, non capendo cosa si ingoia, e potendo quindi ingoiare piu' o meno qualsiasi cosa.
Per farvi un esempio preciso, in albergo la mattina, gli ho osservati (erano tutti Australiani da altre parti dell'Australia che venivano al nord per il clima estivo) e ho visto che quasi tutti mettevano tutto il buffet nello stesso piatto: le uova, il bacon, le salsiccie, i croissant, i muffin, la frutta, i pancakes, la pizza. 
Mi ricorda una storia che mi ha racontato Letizia qualche mese fa: era stata invitata ad un barbecue organizzato da anglosassoni (Sud africani, Inglesi, Americani, Australiani) ed ogni ospite doveva portare un piatto. Letizia, con lo spirito giusto ma sicuramente non adeguato alla mentalita' anglo sassone, ha portato spaghetti e vongole fresche (che Massimo Mureddu fa portare direttamente dall'Italia) e ha cucinato li per li la pasta. Ovviamente, le belve hanno messo la pasta alle vongole con il resto del buffet nello stesso piatto, aggiungendoci sopra la frutta e i dolci.
Poi devo anche dire che l'ultima volta che ho mangiato cosi male in vita mia e' stato quando sono andata una settimana intera per lavoro nello Utah, in mezzo ai Mormoni. Non e' che si mangiava male ogni tanto. Si mangiava male ogni giorno. 
Molte persone mi hanno detto che se uno va a Sidney o a Melbourne, riesce a mangiare meglio. Io oso sperare che questo sia vero. 
Bevend-isticamente parlando, gli Australiani sono molto impressionanti. Quanto gli inglesi. Bevono solo alcool. Non avevo mai visto persone che bevevano cosi tanto. Bevono di continuo e la birra per loro e' come l'acqua per noi. 
Sono piu' cose che mi hanno dato l'ennesima conferma su questo punto:
1. Le distanze in Australia sono molto diverse rispetto all'Europa. Il loro paese ha la grandezza di un continente e, per andare da un punto all'altro, si fanno tanti, ma tanti chilometri. Per questo motivo, abbiamo deciso non solo di andare a visitare il parco nazionale di Kakadu ma anche di fermarci li per dormire perche' il parco e' davvero troppo vasto per tornare poi in citta' dopo la giornata di visita.
Poco prima dell'entrata del parco comparivano tanti cartelloni a lungo la strada (frenquentata rigorosamente solo da noi, dai cocodrilli e dai canguri) con la seguente scritta: 'Last chance to buy alcohol before Kakadu Park'. Questo, purtroppo, non e' uno scherzo. Ho fatto la foto a uno di questi cartelloni. Se avete tempo, andate a vedere: http://www.facebook.com/album.php?aid=262482&id=710031413&l=debdab72e6
Sono cosi ossessionati dal bere che rischiano la crisi di astinenza in viaggio per il parco nazionale... Magari a loro vengono le fitte se non bevono ogni due ore?
2. Usano molto questo concetto di 'Drive In'. Come al Mac Donald. Cioe': ordini, paghi e vai via senza mai uscire dalla macchina. Ma gli Australiani non usano il 'Drive in' per il cibo, lo usano per l'alcool. Se ti viene una fitta e vai in crisi con un bisogno incrontrollabile di alcool, e' molto semplice perche' vai a 'Bottlemart' (aperto 24 ore su 24) e compri le tue bottiglie senza neanche uscire dalla macchina, cosi non perdi tempo e ti puoi ubbriacare quanto prima.
3. Una delle prime cose che ti segnalano quando fai il check in negli alberghi e' proprio dove si trova il Bottlemart piu' vicino.
4. Moltissime donne hanno delle pancie enormi e non sono incinte. Quando ho chiesto ad una signora che gestiva un'agenzia di viaggio locale, come mai cosi tante donne avevano la pancia, lei mi ha risposto che era normale perche' in Australia le donne bevono quanto gli uomini. Ed ha aggiunto: in questo c'e' parita'!
5. moltissime persone hanno dei mini frigoriferi nelle macchine: sono fatti apposta per tenere le birre al fresco
Un altra cosa che mi e' rimasta molto impressa e' la loro abitudine di camminare scalzi. Per le strade nelle citta', nei parchi, nei supermercati, al bar, nei ristoranti... molti vanno scalzi e soprattutto i bambini. 
La mia insegnante di cantonese che ha vissuto a Sidney per molti anni mi ha confermato che anche li e' un abitudine molto comune. 
Forse si sentono connessi ora agli arborigeni che i loro antenati hanno sterminato al 99%? Forse si sentono piu' liberi senza scarpe? 
Questo punto mi porta all'argomento successivo: i bambini.
Non ho mai visto in vita mia, in un paese 'occidentalizzato', dei bambini cosi sporchi. Bisogna anche dire che il nord dell'Australia, con tutti questi parchi nazionali, attira molto i backpackers, gente che gira con il camper o che va in campeggio. Forse e' per quello che molti erano molto 'hippies'. 
Ma i loro bambini sono molto molto molto sporchi! Penso che gli rimettono gli stessi vestiti per 4 o 5 giorni di seguito perche' se no, non riesco a spiegarmi il loro stato. Faranno lo stesso raggionamento che fanno con il cibo: in tanto si sporcano quindi perche' pulirli e perche' cambiarli? = in tanto va tutto nello stesso stomaco quindi perche' non mangiare la pasta alle vongole con il budino al cioccolato?
Quando abbiamo visitato il wildlife park di Kakadu, abbiamo fatto una gita in barca per vedere uccelli, anatre, cocodrilli, etc. La bambina dietro di me mangiava (alle 9 del mattino) una scattoletta di tonno sott'olio al pomodoro con le mani. Ovviamente puzzava di pesce perche' si era rovesciato tutto l'olio sul vestito ma la cosa piu' strana era che a guardare i genitori, rigorosamente scalzi, sembravano certo 'rilassati' con lo stile un po' hippies', ma era gente che non era 'povera', era gente di un livello sociale medio.
Dico questo perche' di bambini sporchi ne ho visti tanti in India passando per i baraccopoli di Mumbai. Ma penso che le loro famiglie non abbiano un livello sociale medio.
A loro favore direi che, effettivamente, come popolo (quelli che abbiamo incontrati noi per lo meno), sono un po' rozzi, un po' rustici, quasi selvaggi ma sono rilassati, tranquilli, non arroganti, alla mano, del tutto non altezzosi. E' un grande preggio perche' molte persone, soprattutto in Francia, fraintendono vera finezza (quella ereditata da una cultura) e alterigia, sufficienza. E non c'e' niente di peggio perche' questa e' vera ignoranza ed e' del tutto intollerabile. La rozzezza invece e' una forma d'ignoranza quasi ingenua che non intende colpire o ferire nessuno. 
Ecco le mie impressioni... Ad un livello paesaggistico, io preferisco gli Stati Uniti con i parchi di Yellow Stone, il Gran Canyon etc. Ma non vi dico di non andarci perche' se siete amanti di grandi spazi, di natura, di paesaggi, di animali strani, penso che valga la pena. Hanno una natura potente e ne sono molto rispettosi. Pensate che l'Australia e' circondata dal mare e sono pochissimi i posti in cui ci si puo fare il bagno perche' hanno animali allucinanti del tipo meduse letali, cocodrilli che vanno in acqua salata, etc.. La natura e' sempre piu' forte di loro e lo sanno. 
Poi ripeto, l'Australia e' un vero continente e noi ne abbiamo visto solo una parte infinitesimale. Sicuramente abbiamo scelto la parte piu' grezza, piu' crude.
Dico solo che non fa per me perche' io preferisco le culture ancestrali, il cibo delicato, le tradizioni millenarie e le donne e gli uomini senza la pancia da birra. Per questo motivo eravamo molto lieti di arrivare a Singapore dopo due settimane 'rustiche'. Ovviamente anche Singapore ha le sue contradizioni ma io mi ci sento a casa con questi sorrisi, questo stimolante misto di cultura, questi capelli neri lucidi, i laksa, i templi, la loro grandissima passione (quasi ossessione) per il cibo. Ecco le foto se avete tempo: http://www.facebook.com/album.php?aid=262485&id=710031413&l=346eb14e4f
Inizialmente non avevo l'intenzione di scrivere una newsletter sull'Australia perche' non e' stato un viaggio che mi abbia appassionato e non vi volevo mandare delle cose negative. Voglio essere una nota positiva alla vostra giornata, non voglio rovinarla! 
E' stato l'altro giorno, parlando con Laura che ho trovato l'ispirazione. Laura e' una grande viaggiatrice e scrive delle newsletter cospicue che sono perspicaci, sagaci, emozionanti... un po' come lei.
Me ne approfitto per augurare a tutti voi un felicissimo Natale, ovvunque siate, e vi auguro anche un anno avvenente, educativo, incantevole, illuminante, un po' rocambolesco ma anche beato, rassicurante e quieto.
Noi ci risentiamo l'anno prossimo e prometto di mandarvi altre newsletter... questa volta sul Giappone!
Baci e abbracci, 
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Cric & Croc

Sunday, 28 March 2010

26 marzo 2010 - Va tutto ... di lusso - Newsletter #2 : prima parte

Ciao a tutti 
Questa newsletter #2 e' molto particolare perche' il mio amico Andrea che e' fumettista, ha accettato di creare delle vignette per illustrarla (sono allegate). Andrea Minoja e' nato nel 1971 a Padova e lavora da piu' anni a Parigi dove fa l'illustratore comunale e dove vive con sua moglie, Sophie, e i loro 2 bambini. Se volete vedere alcuni dei suoi disegni, potete trovarne sul suo blog: http://cosoecose.blogspot.com, dove troverete anche altri suoi indirizzi web.
Ho conosciuto Andrea molti anni fa durante il mio periodo Padovano e gia' allora non capivo come potevano, da un essere umano armato da una semplice matita e un foglio, venire fuori dei personaggi cosi estetici e divertenti. Una cosa pero di cui sono certa: Madre Natura non ci ha fatti tutti uguali davanti al foglio e alla matita... Certi, come Andrea, sono stati benedetti da Saraswati. 
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Urbi et Orbi: scusate per il ritardo di questa newsletter e siccome ho veramente tanto ritardo, ne compilero' 2 illustrate per il prezzo di 1!! Si sente che mi sto ambientando a Hong Kong? 
Qui non esiste niente che non abbia a che fare con i soldi. Qui TUTTO e' questione di soldi. Hong Kong e' una capitale soprattutto economica e tutto e' stato venduto alla venerazione del Dio Denaro, qualsiasi principio e qualsiasi sentimento. Qui la gente e' venuta per fare soldi, moltiplicare soldi, palpare soldi, andarsene con le tasche piene di soldi oppure rimanere per continuare a fare soldi. Per certi versi mi fa molto pensare al sentimento che ho avuto piu' volte negli Stati Uniti dove la gente prova un'adorazione incontestabile per i soldi e dove anche i rapporti sentimentali (le cose che per me erano intoccabili per essenza) sono condizionati anche loro dai soldi e diventano una volgare transazione economica: io ti mantengo, ti porto nei ristoranti costosi, ti compro diamanti e capi firmati che non ti sarei mai potuto permettere lavorando per una vita e mezza, ti faccio vivere in un penthouse decorato da un designer super famoso; tu in cambio sei bella, hai un corpo da modella, sei il mio alibi sociale e mondano, non parli ma sorridi, non mi chiedi mai dove sono stato e non mi metti mai in imbarazzo. Questa e' per me una forma consensuale, legale e abbastanza comune di prostituzione.
Qui c'e' una quantita' allucinante di negozi di 'lusso'. Sono sempre gli stessi: Prada, Gucci, Roberto Cavalli, Fendi, Chanel, Dior, Dolce Gabbana, Louis Vuitton, Armani, insomma... gli 'usual suspects'.
La mia amica Kris che e' di Hong Kong e insegna a l'universita' di Taiwan mi ha detto che il sogno di qualsiasi ragazza cinese e' di:
1. sposare uno straniero (possibilmente straniero perche' i bambini vengono piu' belli con i lineamenti piu' dolci e anche per una questione di passaporto) pieno di soldi
2. comprarsi una borsa Louis Vuitton (ma va bene anche Prada, Gucci, etc..)
Quelli che vedo uscire da questi negozi di 'lusso' non sono certo europei o americani. Sono per la maggior parte cinesi (non di Hong Kong ma 'China mainland') e poi vedo anche molte donne di Hong Kong che vengono a tacere le loro frustrazioni in una transazione economica: un semplice 'click' della carta di credito basta a fare dimenticare per altre 24 ore il profumo dell'amante del marito o il fatto che abbia dimenticato di dire, amorevolmente, dove andava questo fine settimana mentre saliva sull'elicottero. 
E' anche molto interessante riflettere sul 'business model' di questi negozi di 'lusso'. Per me il lusso vuole dire cio' che e' superfluo, caro, raro, e soprattutto di altissima qualita'. La maggior parte di questi vestiti o accessori vengono manufatturati in Cina e una piccola parte del processo viene realizzata in Italia o in Francia, cio' che permette di attaccarci l'etichetta 'Made in Italy' o 'Made in France'. (Il 'Made in Italy ' attuale corrisponde al posto dove e' stato fatto l'ultima lavorazione, cioe' la cucitura dell'etichetta ad esempio. Recentemente l'Italia ha votato una legge per imporre che corrisponda al paese dove siano state fatte al meno 2 parti del processo di produzione). Queste cose le dico non perche' le ho lette ma perche' questi ultimi 10 anni ho calpestato il suolo di molte ditte in Italia, in Francia, in Romania, in Pologna, in India, in Marocco, in Tunisia ma soprattutto in Cina e non ho potuto fare a meno che accorgermi di come, quanto e per chi producevano. Questi capi, borse e scarpe, vengono prodotti in quantita' stratosferiche che servono ad alimentare le decine di migliaia di negozi 'di lusso' che hanno aperto in questo paese in modo da rispondere all'altissima domanda locale. A Hong Kong e' molto piu' semplice trovare un negozio 'di lusso' che non un mercato ortofrutticolo e il sabato pomeriggio, la coda di gente fuori da Fendi o Chanel e' molto piu' lunga di quella del mercatino. Questi negozi sono quindi diventati piu' popolari di tutti gli altri negozi... che ironia! 
Anche a me piaciono certi modelli di borse dei usual suspects ma ora che li vedo indossati da milioni di persone e sopratutto dalle mignotte, non so perche', ma li trovo meno di lusso. 
Questo mi ricorda un testo di Roberto Saviano che ho letto ultimamente in cui parlava del Festival di Cannes e diceva che quando ci e' stato per presentare Gomorra con Matteo Garrone e gli attori del film, e' stato sopreso dal numero di prostitute (di lusso, per carita'!!) che ha visto girare negli alberghi di Cannes. Ha concluso che Cannes non poteva essere altro che un vero paesino.
Un abbraccio a tutti,

Cric 




Friday, 26 March 2010

26 marzo 2010 - Saraswati - Newsletter # 2 - 2da parte e fine

Ciao a tutti,
Ultimamente siamo stati a Bali in Indonesia. Christophe ci e' andato per lavoro ed io ci sono andata per rilassarmi e devo dire che ci riesco molto bene! La mia amica Celeste dice che sto facendo un Master in 'Arte di Godersi la Vita'. Forse ha ragione. Spero di prendere un 110 e lode. 
Per quelli che non ci sono mai stati, Bali e' un isola al 95% induista. La maggior parte delle altre isole (che sono in totale piu' di 17000) sono a maggioranza musulmana. Per via dell'impero induista-buddista che hanno avuto a lungo fino al sedicesimo secolo, l'influenza dell'induismo e dell'India rimane molto impressa nella cultura indonesiana e soprattutto balinese. Hanno pero scartato il sistema delle caste che esiste tutt'ora in India in alcune regioni e la loro religione da un grande 'ritmo' alla loro vita culturale, sociale e quotidiana. Quasi ogni giorno e' dedicato a un aspetto specifico della loro religione e riflettono sempre su un concetto diverso. 
Nel periodo in cui eravamo li, ho potuto assistere al loro 'Festival di Saraswati' e ormai, all'eta' di 36 anni, posso dire che ho finalmente trovato la Dea che voglio venerare. Saraswati e' la Dea della Conoscenza e dell'Arte. E' simboleggiata con 4 braccia  e sta reggendo (Andrea a disegnato 2 schizzi che sono allegati):
- un libro che descrive la scienza, la conoscenza
- il rosario di cristallo che rappresenta il potere della meditazione e della spiritualita'
- una ciotola che contiene acqua sacra e che simboleggia i poteri purificanti della creativita'
- uno strumento musicale che illustra l'arte 
Saraswati e' vestita di bianco e seduta su un fiore di loto perche' rappresenta la purezza della conoscenza e il suo mezzo (tutte le divinita' induiste hanno il loro 'veicolo', si chiama 'vahana' ed e' emblematico della deita' che trasportano) e' il cigno che incarna la saggezza, la capacita' di distinzione fra il bene e il male, l'eterno e l'evanescente.
Durante il festival di Saraswati, i Balinesi raccolgono tutti i loro libri, li spolverano e li portano al tempio (che spesso hanno a casa propria) oppure al tempio della scuola locale. Il giorno della festa di Saraswati, regalano tutti i loro libri a Saraswati perche' siano benedetti. Quel giorno non e' permesso leggere oppure scrivere ma solo pregare e riflettere sulle proprie aspirazioni di conoscenza e di saggezza. 
Ci tenevo molto a racontarvi questa esperienza perche' la trovo molto bella e anche perche' viene contrastare un po' i miei raconti sull'attacamento esaggerato e arido al denaro e i comportamenti venali di cui sono spesso testimone.

Al di la' della loro cultura che, devo ammettere, mi affascina moltissimo, Bali e' anche una bellissima isola che regala dei paesaggi incantevoli con questa natura potente, molto lussureggiante che odora e compare poderosamente, autorevolmente e ci ricorda sempre quanto siamo fugaci. Se avete l'opportunita', andateci perche' e' davvero 'spaesante'. Se non avete il tempo oppure la possibilita', ricordatevi sempre di Saraswasti.
Ecco il link dove potete vedere le qualche foto che ho scattato (non richiede nessuna registrazione, anticipo la domanda di Marco Luise): 
Vi auguro una giornata piena di ispirazione, sotto il segno di Saraswasti.

Cric 



Friday, 5 February 2010

5 febbraio 2010 - Hong Kong, ino ino - Newsletter #1

Ciao a tutti,

Siamo arrivati sani e salvi a Hong Kong e ci siamo sistemati nel nostro appartamentino temporaneo. Dico 'ino' perche' non ci entrano tutte le mie scarpe e non mi ero neanche portato la meta'.

Qualche settimana fa', la mia amica Celeste (che e' argentina e vive a Buenos Aires), mi aveva mandato un email per parlare un po' di questo trasferimento a Hong Kong e chiedermi come andavano le cose. Appena aveva saputo che mi spostavo li, era andata a guardare su Internet dov'era esattamente Hong Kong, ha visto delle foto e poi mi ha scritto quest' email per dirmi quanto era contenta per me e anche per confermare che lei si sarebbe impegnata a venire a trovarci al meno una volta durante il nostro soggiorno. Nella sua email, ha emesso un concetto del tutto nuovo per me (spesso mi accorgo che dice delle cose sorprendenti perche' siuramente, da argentina, ha un modo di vedere le cose che e' a volte diverso, bello ma diverso) e mi ha congratulata dicendomi che ero molto fortunata di crearmi uno spazio in una citta' che ha gia' cosi tanti abitanti. Ora, se uno di voi andasse a vivere a Mumbai, non avrei mai pensato di mandare auguri e congratulazioni per questo motivo preciso ed e' in queste piccole cose che mi accorgo che Celeste, dall'altra parte del mondo, ha sviluppato una dimensione di pensiero a volte molto diverso dal mio. E' proprio questa diversita' che mi affascina nella vita, nel mondo.

Io sono venuta a Hong Kong molte volte prima di questo trasloco e avevo notato che c'erano tante persone ma questo pensiero non l'avevo mai formulato in un modo cosi chiaro. In fatti, appena si arriva a Hong Kong, uno non puo' fare a meno di notare che qui c'e' gente, tanta gente, flussi continui di gente che cammina per le strade, la mattina, la sera, a pranzo, a cena, il giorno e anche la notte (anche se meno). 

Il terzo giorno, sono andata a farmi una passeggiata per scoprire un po' il quartiere e capire che tipo di negozi e servizi ci sono e dove. Quando sono arrivata al semaforo, era rosso per i pedoni e li mi sono accorta che intorno a me c'erano decine e decine di persone, e sull'altra parte della strada (dove io volevo andare), ce n'erano ancora di piu'. Mi sono chiesto come ce la saremmo cavata qualche secondo dopo ad incrociarci tutti senza feriti. Invece, e' andata bene. Non so come ma e' andata bene. 
A Hong Kong, la densita' di popolazione e' un dato di fatto per gli abitanti. Uno nasce e cresce con questa realta', e' una cosa innata. Di conseguenza, l'alta presenza degli altri e' una cosa integrata e la presenza fisica non diventa mai una competizione. Per questo semplice motivo, qui la gente al semaforo si scansa, non si schiaccia e quindi bene o male, 150 o 200 persone si incrociano al semaforo senza pestarsi. A Parigi mi fosse capitato una scena simile, sarei scappata perche' li uno si impone, l'atteggiamento e' naturalmente piu' arrogante, la mamma ha cresciuto il parigino appositamente come se fosse solo al mondo quindi quando e' fuori diventa un animale selvatico. A Hong Kong, nonostante il flusso, molta gente cammina lentamente, molti si fermano senza preavviso in mezzo al marciapiede con tanta tranquillita', senza nervosismo, ognuno al suo ritmo, senza competizione fisica, con auto controllo e consapevolezza dell'esistenza fisica di altri 7 millioni di persone intorno a loro. Ovviamente la gente ti viene addosso visto che sono millioni ma succede raramente e non e' mai violento, mai aggressivo, mai imponente.

Qualche minuto dopo, mi sono sentita tutta spaesata, molto disorientata, persa, non riconoscevo piu' niente e stavo per svenire. Sono uscita dal flusso immenso di gente e mi sono seduta sul muretto che c'era di lato fino a quando non avessi ripreso un po' di forze. C'era cosi tanta gente che mi sono sentita male ed e' stato proprio quel giorno che mi sono accorta quanto aveva senso l'augurio di Celeste e quanto ero fortunata di conoscerla. Ho ripensato anche ad una scena simile che era successo proprio a lei mentre eravamo in India e poi ho pensato a Laura che, lo stesso giorno, aveva dato una descrizione molto profonda e commovente degli spazi sconfinati della Patagonia. 

Un abbraccio caloroso a tutti,

Cric